Internazionale

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Repubblica Democratica del Congo

Assegnato a Denis Mukwege il premio Sakharov

  • 21 ottobre 2014
  • 19.03


Denis Mukwege a Ferrara durante il festival di Internazionale, il 3 ottobre 2014. (Francesca Leonardi)

Il ginecologo congolese Denis Mukwege è il vincitore del premio Sakharov, assegnato ogni anno dal parlamento europeo per la libertà di espressione.

Mukwege ha fondato a Bukavu, nella Repubblica Democratica del Congo, l’ospedale Panzi, dove cura le donne che hanno subìto violenza sessuale o con gravi problemi ginecologici. In quattordici anni ha assistito oltre 40mila vittime di violenza sessuale e per questo è conosciuto come “l’uomo che ripara le donne”. Per il suo lavoro e per le sue denunce, insieme alla sua famiglia è stato più volte minacciato ed è stato oggetto di un attentato, in seguito al quale vive sotto protezione all’interno dell’ospedale. Mukwege ha ricevuto vari riconoscimenti, tra cui il premio Human rights delle Nazioni Unite nel 2008 e il premio internazionale Primo Levi 2014.

Internazionale aveva dedicato a Mukwege un ritratto pubblicato da Le Monde (Internazionale 984, del 25/31 gennaio 2013). Ecco un estratto:

Il dottor Mukwege, un gigante sorridente con lo sguardo pacifico e la voce rassicurante, sembrava sfinito. Stanco di parlare a vuoto. Stanco di cercare invano di scuotere le coscienze. Stanco di raccontare la tragedia delle donne congolesi senza che niente cambi. Stanco di descrivere stupri e torture spaventose, di citare numeri raccapriccianti (500mila donne violentate in sedici anni) senza che nessuna autorità politica internazionale si dia da fare per prendere provvedimenti concreti. Stanco di ricevere premi e omaggi senza che le organizzazioni governative facciano qualcosa di più che inviare medicinali.

È una situazione incomprensibile. Com’è possibile che nessuno lo ascolti? “Come si può pensare di tradire i traguardi della civiltà a tal punto da restare inerti e con le mani in mano?”, chiede il dottore. Ci sono centinaia di prove, foto e testimonianze, ma non è stato fatto nulla. “Non si potrà dire, come accaduto in altri momenti bui della storia, che la comunità internazionale non sapeva. Loro sanno tutto”. Ma allora perché non agiscono? “Per loro è normale che la donna soffra. Come se fosse nella sua natura, come se lo stupro di migliaia di donne fosse meno grave della morte di un solo uomo”. Mukwege scuote la testa. Ha le spalle incurvate e gli occhi pieni di sconforto. “Molti uomini credono che lo stupro sia solo un rapporto sessuale non consenziente. Ma non è così. È una distruzione della persona, e nella Repubblica Democratica del Congo va avanti sistematicamente da sedici anni. Sedici anni di demolizione delle donne, sedici anni di disgregazione di una società. E la situazione non fa che peggiorare”.

“In ogni guerra si cerca di decimare la popolazione del nemico, di occupare il suo territorio e di indebolire la sua struttura sociale. Da questo punto di vista lo stupro è indubbiamente efficace”. Accanirsi sull’apparato genitale delle donne non è forse un modo di attaccare “la porta d’entrata della vita”? La maggior parte delle giovani donne violentate non potrà più avere figli. Le altre, contaminate dall’aids e altre malattie, diventano “sorgenti di virus” e “strumenti di morte” per i loro compagni e per i bambini nati dagli stupri, che tra l’altro saranno rifiutati ed emarginati dalla comunità e forse un giorno diventeranno bambini soldato.

L’uomo che ripara le donne – per usare le parole della giornalista belga Colette Braeckman, che di recente ha dedicato a Denis Mukwege una biografia – non si arrenderà mai. Tornerà nel Sud Kivu. Continuerà a formare équipe mediche, a predicare la non violenza e a operare per diciotto ore al giorno. “Ma francamente”, ripete, “non capisco l’indifferenza della comunità internazionale nei confronti delle congolesi e delle donne in generale. Davvero, non riesco a capire”.

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