Internazionale

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Medio Oriente

Le rivolte cambiano l’islam

  • 6 febbraio 2012
  • 12.18

Olivier Roy, New Statesman, Gran Bretagna

Alle elezioni in Marocco, in Egitto e in Tunisia hanno vinto i partiti islamici. Sono conservatori e tradizionalisti, ma non riusciranno a fermare il processo di democratizzazione, scrive Olivier Roy.

Nel 2011, con le rivolte nel mondo arabo, abbiamo assistito all’arrivo di una nuova generazione sulla scena politica e a una rottura definitiva con la cultura politica dominante degli ultimi sessant’anni. Tuttavia i giovani rivoluzionari non hanno preso il potere in nessun paese: non l’hanno voluto. Alle elezioni hanno trionfato i partiti islamici: organizzati, ben radicati nella società, legittimati da decenni di opposizione politica, difensori di quei valori religiosi e conservatori condivisi dalla maggior parte della popolazione, hanno saputo conquistare molti più voti rispetto al numero dei loro militanti perché si sono presentati come dei veri partiti di governo. In Egitto è stato sorprendente il buon risultato ottenuto dai salafiti del partito Al Nour. Anche se la diffusione del salafismo nella società egiziana era ormai nota, è difficile capire cos’abbia motivato i loro elettori: è stato un voto di protesta contro il passato regime o un voto a favore della sharia, la legge islamica?

In ogni caso il successo dei partiti islamici fa nascere dei dubbi sul processo di democratizzazione nei paesi della primavera araba. Allo stesso tempo rallegra chi in occidente – in particolare nei movimenti populisti – aveva visto traballare uno dei capisaldi della teoria dello “scontro di civiltà”: l’idea dell’incompatibilità tra islam e democrazia.

Come i Tea party
Abbiamo di fronte due immagini contrastanti delle società arabe. Da un lato ci sono i giovani, in cerca di libertà e di democrazia, individualisti, tolleranti e progressisti, ma anche inesperti e minoritari. Dall’altro ci sono gli elettori dei partiti islamici, conservatori, tradizionalisti, preoccupati dei rischi legati al disordine e, almeno in parte, attenti ai precetti islamici e alla sharia.

Sarebbe un errore pensare che questi due schieramenti siano ben definiti e in lotta tra loro. Quello a cui stiamo assistendo è un processo a lungo termine, in cui le trasformazioni delle società arabe e l’evoluzione della religione (il “postislamismo”) faticano a prendere forma in uno scenario politico dominato da figure del passato. Così come negli Stati Uniti i Tea party sono una reazione all’elezione di Barack Obama – che risulta incomprensibile se non si tiene conto della crescita delle minoranze e del minore impatto dei valori tradizionali tra le nuove generazioni – nei pae­si arabi l’ondata conservatrice è una reazione a mutamenti sociali e culturali irreversibili e allo stesso tempo destabilizzanti.

Per capire i cambiamenti in corso bisogna superare alcuni pregiudizi. Il primo è pensare che una società possa diventare democratica solo se è prevalentemente laica. Il secondo è che un democratico sia per definizione un progressista. Da un punto di vista storico non è stato così: i padri fondatori degli Stati Uniti non erano laici e ai loro occhi la separazione tra stato e chiesa serviva a proteggere la religione dal controllo statale, e non il contrario. La terza repubblica francese fu fondata nel 1871 da un parlamento monarchico, cattolico e conservatore, che aveva appena represso la Comune di Parigi. La democrazia cristiana si è sviluppata in Europa non perché la chiesa volesse sostenere dei valori laici, ma perché era l’unico modo per continuare a esercitare la sua influenza in politica. Infine non dimentichiamo che nell’Europa di oggi i movimenti populisti si uniscono ai democristiani per chiedere che la costituzione europea faccia riferimento all’identità cristiana del continente.

Nel mondo arabo sta succedendo qualcosa di simile. I partiti islamici criticano la laicizzazione della società, l’influenza dei valori occidentali e l’eccesso di individualismo. Un po’ dappertutto cercano di affermare la centralità della religione nell’identità nazionale e sono conservatori in tutti i campi (tranne che in economia). Il successo alle urne potrebbe spingerli – come spingerebbe qualunque partito arrivato al potere con un’ampia vittoria elettorale – a trascurare le alleanze con altri partiti e a tenere per sé, invece che distribuire in modo equo, tutti gli incarichi nell’amministrazione pubblica e nei settori sotto il controllo governativo (stampa, tv, banche, scuola). Perché i partiti islamici, che non hanno una grande cultura democratica, dovrebbero comportarsi da buoni democratici, e garantire l’alternanza e il pluralismo? Molti attivisti per la democrazia si stanno facendo la stessa domanda.

I politici dei partiti islamici non sono laici né progressisti ma possono essere democratici. La loro linea politica infatti non è determinata tanto dalle convinzioni dei dirigenti del partito quanto dai vincoli dell’ambiente che li circonda. Questi vincoli fanno sperare in una lenta istituzionalizzazione dello spazio democratico, anche se le politiche adottate non sembrano affatto progressiste. Innanzitutto i partiti islamici fanno il loro ingresso in uno spazio politico nuovo: la rivoluzione non ha sostituito la dittatura con un regime simile al precedente. Ci sono state delle elezioni, c’è un parlamento e ci sono dei nuovi partiti. Nonostante i timori e le delusioni della sinistra laica, sarà difficile annullare tutto questo, tanto più che i fattori che ne hanno permesso la creazione (una nuova generazione connessa a internet con un radicato spirito di contestazione) sono ancora presenti. I movimenti islamici agiscono in uno spazio democratico che non hanno crea­to e che è ancora legittimo agli occhi della popolazione. È interessante notare che in nessun pae­se delle rivolte arabe si è imposto il culto del capo carismatico. Al suo posto ci sono i partiti e una nuova cultura del dibattito, che ha influenzato anche i movimenti islamici.

Questo spazio democratico non è una bolla nata per caso ma la conseguenza di una profonda trasformazione della società. Non si può cambiare una società per decreto. In Iran, per esempio, tutti gli indicatori mostrano che la società è diventata più laica e moderna sotto il regime dei mullah. Anche se la legge autorizza il matrimonio di una bambina di nove anni, le statistiche indicano che l’età media delle nozze per le donne iraniane ha continuato ad aumentare e oggi supera i venticinque anni. In altre parole, non si può stabilire per decreto il ritorno a una società tradizionale.

La primavera araba non è stata scatenata da un’ideo­logia totalizzante (come in Iran nel 1978) ma dalle richieste di democrazia, pluralismo e buon governo. Le elezioni iraniane del 1979 si svolsero nel nome della repubblica islamica. E anche se non tutti erano d’accordo su come realizzarla, il messaggio era chiaro: quella era una rivoluzione ideologica, a prescindere dal suo colore (se era il rosso dei marxisti e degli islamomarxisti o il verde degli islamici).

In Egitto o in Tunisia le cose non sono andate così. Gli elettori dei partiti islamici di oggi non sono rivoluzionari ma conservatori. Vogliono tornare all’ordine, rilanciare l’economia, affermare i valori della tradizione e della religione, e non istituire un califfato o una repubblica islamica. La Fratellanza musulmana lo sa bene e non vuole inimicarsi l’elettorato, molto eterogeneo, perché ne avrà ancora bisogno. D’altro canto, le elezioni hanno conferito ai Fratelli una legittimità che possono sfruttare per resistere ai tentativi di pressione esterna.

Nessun monopolio
Un altro motivo che ci porta a pensare a una lenta affermazione della democrazia è che i partiti islamici non hanno i mezzi per prendere il potere con la forza perché non controllano né la polizia né l’esercito e non hanno una milizia. Ci vorrebbero anni per organizzare, sempre che lo vogliano, una loro forza armata. Inoltre non hanno il monopolio sull’islam perché esistono altre correnti musulmane, come i sufiti e i salafiti. Uno dei paradossi della primavera araba è che ha conferito una nuova legittimità a un’istituzione religiosa come l’università di Al Azhar, una delle più antiche e importanti in Egitto. Il suo imam, lo sceicco Ahmed Mohamed al Tayyeb, si è presentato come un difensore dei diritti umani, della libertà e soprattutto della separazione delle istituzioni religiose (tra cui Al Azhar) dallo stato. Questo significa che i Fratelli musulmani, diversamente da quello che succede in Iran, non possono controllare le istituzioni religiose e non possono stabilire “quello che dice l’islam”. Lo spazio religioso ha assunto un carattere più pluralistico e si sta adattando alla democrazia, anche se ovviamente per i religiosi ci sono punti su cui non si può negoziare.

Ma, al di là della centralità dell’islam, non tutti sono d’accordo su quello che può o non può essere negoziato. Bisogna nominare un organismo di controllo che stabilisca la conformità delle leggi alla dottrina islamica? E chi dovrebbe farne parte? Bisogna applicare le hudud, le pene corporali previste in caso di trasgressione dei divieti religiosi? Per un musulmano è possibile convertirsi al cristianesimo? In Tunisia le donne potranno conservare i loro diritti? Le questioni da discutere sono tante ed è proprio sulla definizione di libertà religiosa che assisteremo a discussioni molto animate. I Fratelli musulmani affermano di voler garantire i diritti della minoranza copta. Ma sono disposti a fare della libertà religiosa un diritto individuale e non più il diritto collettivo di una minoranza? Il dibattito su questo punto è già cominciato. Per esempio Abd al Munem Abu Futuh, un dissidente dei Fratelli musulmani, ha dichiarato nel maggio del 2011: “Nessuno deve interferire se un cristiano decide di convertirsi all’islam o se un musulmano decide di abbandonare l’islam e diventare cristiano”.

Su tutti i temi riguardanti l’applicazione delle norme islamiche c’è un dibattito interno alle istituzioni religiose interessate. La democratizzazione interessa anche la comunità dei credenti. Di certo i salafiti aumenteranno la pressione per far applicare la sharia e cercheranno di mettere i Fratelli musulmani davanti alle loro contraddizioni. Ma anche i salafiti sono entrati nello spazio politico e hanno formato un partito. Sanno infatti che se non fossero presenti in parlamento perderebbero tutta la loro influenza. Tuttavia Al Nour non è un partito di governo e, a parte i richiami alla sharia, non ha un vero programma. I Fratelli musulmani e i salafiti sono quindi obbligati a distinguersi e a essere rivali tra loro, e si può immaginare che formeranno alleanze con altre forze politiche non islamiche.

Infine, gli ultimi vincoli che s’impongono ai deputati islamici sono di carattere geo­strategico. Questi politici non sono stati eletti sulla base di un programma di jihad o di sostegno alla causa palestinese. Né la primavera araba né l’inverno arabo hanno una posizione chiara sulle grandi questioni internazionali, diversamente dalla rivoluzione nasseriana e baathista o dalla controrivoluzione islamica iraniana, che si sono definite nel quadro dei grandi conflitti internazionali dell’epoca. Non si è parlato di relazioni internazionali nella campagna elettorale in Egitto. Indubbiamente il conflitto israelopalestinese è importante sul piano emotivo, ma nessuno è disposto a rimettere in discussione la stabilità e lo sviluppo economico del paese in nome del jihad. Questi partiti non amano Israele ma non hanno intenzione di lanciarsi in una guerra santa. All’inizio di gennaio la visita in Tunisia di Ismail Haniyeh, leader di Hamas a Gaza, è da vedere più come un segno di una continuità con il passato (l’Organizzazione per la liberazione della Palestina era stata accolta a Tunisi dopo l’occupazione di Beirut da parte degli israeliani nel 1982) che come un elemento di rottura con la politica estera del passato regime.

Vincoli geostrategici
Anche la volontà dei Fratelli musulmani di aprire un dialogo con i diplomatici occidentali è il segno dell’interiorizzazione dei vincoli geostrategici. Non hanno alternative, e di certo non vogliono un’apertura verso l’Iran. Dietro le quinte l’Arabia Saudita e il Qatar hanno svolto un ruolo molto importante, i primi spingendo i salafiti a entrare nella lotta elettorale, i secondi sostenendo i Fratelli musulmani un po’ dovunque nel mondo arabo. Di conseguenza il grande conflitto che si sta delinean­do non è quello del mondo musulmano contro l’occidente, ma quello del mondo arabo sunnita conservatore contro la “mezzaluna sciita” costituita dall’Iran, con sullo sfondo un’“alleanza non santa” tra Arabia Saudita e Israele. In questa situazione i Fratelli musulmani non sanno bene che ruolo assumere e ne sono consapevoli. In ultima analisi la vittoria dei partiti islamici fa parte del processo di normalizzazione del mondo arabo sia sul piano interno sia su quello geo­strategico.

Traduzione di Andrea De Ritis.

Internazionale, numero 934, 3 febbraio 2012

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