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Cultura

I libri della settimana

  • 15 ottobre 2011
  • 12.12

Enrique Vila-Matas, Esploratori dell’abisso
Feltrinelli, 262 pagine, 18 euro


In uno dei suoi libri più citati, Jorge Luis Borges confessa nella prima riga che “è all’altro, a Borges, che accadono le cose”. Chiunque conosca lo scrittore Enrique Vila-Matas, nato a Barcellona nel 1948, sa benissimo che Vila-Matas non ha un altro. Che è a quest’unico Vila-Matas che succedono le cose, che la sua vita, notturna o diurna, interiore o esteriore, riguarda solo il suo indivisibile se stesso. Uno dei suoi tratti più riconoscibili è di essersi procurato una vita all’altezza della sua opera.

Così, come un serpente che si morde la coda, Vila-Matas è già da diverso tempo uno di quegli scrittori puri per i quali la vita non può essere altro che un genere letterario. Almeno in parte questo si percepisce in Esploratori dell’abisso, dove il dottor Vila-Matas si autoprescrive un ritorno al racconto come possibile cura, intendendo la pratica del testo breve come una terapia alternativa per produrre o recuperare l’altro borgesiano perduto. Detto questo, resta da verificare se Vila-Matas è cambiato davvero o se è riuscito a incorporare un doppio che cammina con un passo nuovo in nuove direzioni. La risposta è sì e no. Ed è bene che sia così. C’è già uno stile Vila-Matas impossibile da estirpare dal dna di questo scrittore. Ci sono un ritmo, un tono, una melanconia, un umorismo che solo potrebbero scomparire con il silenzio.

Perché in Esploratori dell’abisso decide, per la prima volta, di riconoscere questo influsso e in qualche modo di dare spiegazioni senza chiedere scuse, preoccupandosi di stabilire esattamente cos’è stato a portarlo a fare quello che ha fatto, cosa lo spinge a disfarsi di quello che non vuole più fare, e in che modo potrebbe rifare tutto da capo. Esploratori dell’abisso non è una raccolta di racconti ma un tutto organico in cui le molte teste finiscono per formare un’unica intelligenza che va in una direzione precisa. Di questo viaggio di andata e ritorno – della rilassata tensione e del duro sforzo non tanto di sparire, ma di essere un altro – si nutrono i diciannove racconti, diciannove “pretesti abissali”. La letteratura ha sempre bisogno sia del metaletterario Jekyll sia dell’etereo Hyde. Vila-Matas – come Borges con Borges – non riuscirà mai a liberarsi di Vila-Matas.–Rodrigo Fresán, Letras Libres

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Maggie O’Farrell, La mano che teneva la mia
Guanda, 384 pagine, 18,50 euro


L’irlandese Maggie O’Farrell non è tipo da prendere il lettore per mano: con uno strattone lo trascina nei suoi romanzi complessi e intricati su donne che rifiutano il conformismo. Il suo ultimo ipnotico romanzo, La mano che teneva la mia, ruota intorno alle storie, separate da quasi cinquant’anni, di due madri single e indipendenti, una giornalista e una artista. Lexie fugge dalla sua casa nel Devon per raggiungere Londra a metà anni cinquanta. Al racconto di Lexie si alterna una storia, sulle prime meno coinvolgente, ambientata nella Londra contemporanea. Elina Vilkuna è un’artista finlandese che per poco non muore durante un parto cesareo: adattarsi alla maternità è terribile per la donna esausta e sofferente. Quando le due trame cominciano a convergere, questa seconda storia diventa sempre più importante. Con una prosa visceralmente poetica O’Farrell coglie l’estrema solitudine della maternità e “la risacca costante dell’ansia materna”. Una lettura appassionante e commovente.–Heller McAlpin, The Washington Post

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Richard Mason, Alla ricerca del piacere
Einaudi, 306 pagine, 20 euro


Piet Barol, il cercatore di piaceri a cui allude il titolo, è un giovane ambizioso e priapesco venuto a cercare fortuna nella Amsterdam della belle époque. A differenza del Frédéric Moreau dell’Educazione sentimentale di Flaubert (verso cui il libro ha un debito non piccolo), Piet è ricco di talenti: non solo è “estremamente attraente per la maggior parte delle donne e per molti uomini”, ma è anche un ottimo pianista, disegnatore e amante. Lo incontriamo la prima volta durante un colloquio per ottenere il ruolo di precettore del figlio del ricco albergatore Maarten Vermeulen-Sickerts. Non tutto va bene in questa blasonata famiglia: Egbert, il figlio, è agorafobico e la matriarca, Jacobina, da quasi dieci anni non viene toccata dal marito. In questa atmosfera di tensione arriva Piet, con l’incarico di liberare Egbert dalla sua paura. Ma Egbert non è il solo ad aver bisogno d’aiuto. Piet si accinge a liberare la libido di questa famiglia repressa attraverso la musica e il sesso orale. Se l’ambientazione è olandese le influenze (Bel-Ami, Le relazioni pericolose e L’immoralista) sono francesi. Un gioco coinvolgente e ritmato che dà nuova vita al genere picaresco.-Alex Preston, The Guardian

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Robert Harris, L’indice della paura
Mondadori, 285 pagine, 19,90 euro


Il mondo finanziario è un ambiente difficile per lo scrittore di thriller. Il problema è che, sul piano umano, il lavoro dei banchieri d’investimento non è molto più interessante di quello dei ragionieri: l’avidità è un buon tema, ma è anche banale. Imperterrito, Robert Harris ha raccolto la sfida. Il risultato è una sottile parabola distopica, suggestiva, perché invece di rinunciare a raccontare quello che succede veramente nella maggior parte delle banche e dei fondi speculativi e di farne il mero sfondo per il riciclaggio di denaro e altri imbrogli, il suo “cuore di tenebra” è la finanza stessa. La trama può sembrare improbabile, ma è solo la logica dei mercati di oggi portata all’estremo. Alex Hoffman gestisce un fondo speculativo di grande successo basato su un algoritmo. È un genio introverso, socialmente goffo, arrogante e sprezzante, ma ha una vulnerabilità che sua moglie ama e che i nemici sfruttano. Tutto sembra pronto per un crollo, sia finanziario sia emotivo. La trama s’impernia sul software di Alex che usa l’intelligenza artificiale per fare affari sulla paura. Chi conosce la storia recente dei mercati coglierà l’allusione.–John Gapper, Financial Times

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Liliana Lazar, Terra di uomini liberi
Marco Tropea, 176 pagine, 16 euro


C’è qualcosa di Bram Stoker in questa nuova scrittrice di 36 anni, originaria della Romania, che ha scelto la lingua francese per sondare i bassifondi del suo villaggio natale. Liliana Lazar firma un primo romanzo inquietante, pieno di squarci di luce e di zone d’ombra, intorno a una specie di Frankenstein, un taglialegna di cento chili le cui mani uccidono quando credono di stringere. Nascosto a casa della madre per scappare alla polizia, tenta di riconquistare una buona condotta facendosi monaco copista. Le sue mani abbandonano l’accetta per impugnare la penna e coprono interi quaderni di testi religiosi che Ceausescu ha vietato. Questo atto di resistenza non spegne le pulsioni omicide del colosso, la cui ambivalenza dà al libro un andamento deliziosamente traballante. Nei Carpazi, l’esistenza è una messa nera che Lazar dipinge con piccoli tocchi, come in un quadro naïf. Ambientato tra il 1970 e il 1989, Terra di uomini liberi è un racconto politico sull’insostenibile tranquillità dell’essere.-Marine Landrot, Télérama

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Lore Segal, Lucinella
Cargo, 192 pagine, 18,50 euro


Questo racconto, pubblicato nel 1976, appartiene alla scena culturale della New York dell’epoca quanto un film di Woody Allen, con i suoi personaggi nevrotici, le loro ambizioni smisurate e le loro conversazioni sofisticate. Al centro di un giro interminabile di party letterari, la poetessa Lucinella è ignara, quanto il resto degli scrittori che la circondano, della natura competitiva del suo mondo. Comincia una relazione con un altro poeta, ma non può fare a meno di chiedersi se lui sia alla sua altezza. Segal si diverte a prendere in giro un gruppo di persone convinte di essere divinità letterarie (c’è anche un divertente scambio tra Lucinella e la moglie di Zeus). Ma la sua satira acuta può sfuggire a chi è estraneo a quell’ambiente.-Lesley McDowell, The Independent

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Fumetti

David Mazzucchelli, Asterios polyp
Coconino Press/Fandango libri, 344 pagine, 29 euro

Lo statunitense Mazzucchelli, dopo aver rivisitato i miti dei supereroi su sceneggiatura di Frank Miller (Batman. Year one), è passato al fumetto indipendente. L’avvenimento editoriale dell’anno, per quanto riguarda il fumetto d’autore, è questo suo metafumetto postmoderno con una forma umoristica. Per questa ragione, Asterios Polyp sotto certi aspetti è un’impresa irritante, un po’ vuota, quasi fuori tempo massimo (il postmoderno appartiene al passato, storicizzato con mostre e retrospettive), per altri è un’impresa entusiasmante.

Mazzucchelli vede il vuoto della contemporaneità come un’assenza di grandezza nel destino umano. E insieme vede sia il vuoto (la freddezza, la falsità) sia la bellezza inestricabilmente presenti nell’arte contemporanea, malgrado sia sempre più design, architettura, installazione mortifera, cioè museale. Anch’essa sempre più senza (pre)destinazione. L’opera è imperniata sulla dualità: Asterios, il protagonista, forse ha ucciso fin dall’inizio (da quando era nel ventre materno) il fratello gemello, il quale, però, è il narratore. Si cristallizza la decadenza di una civiltà, forse definitiva, forse ciclica, insieme alla decadenza di un teorico dell’architettura, esemplificativo di tutti gli artisti concettuali e concettosi, con infiniti rimandi e citazioni postmoderne, che a tratti annoiano, generando ovvietà, altre volte sorprendono generando epifanie. I tanti rimandi a miti e a opere greche, creano all’inizio la grandezza di un’apocalisse parziale, alla fine quella di un’apocalisse definitiva. Quest’ultima, per un bambino è forse una rinascita, un avvento. Questione di punti di vista.-Francesco Boille

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I libri italiani letti da un corrispondente straniero. Questa settimana Jennifer Grego, del quotidiano britannico Financial Times.

Claudio Rossi Marcelli, Hello daddy!
Mondadori, 188 pagine, 17,50 euro


Claudio è l’amico che tutti vorremmo: divertente, intelligente, autoironico, affettuoso. E non cerca di nascondere i suoi difetti: uno snobismo latente e un certo autocompiacimento per le sue “brillanti battute”. Manlio è il partner ideale, più tranquillo e discreto. La storia comincia quando i due, dopo dieci anni di convivenza, decidono di avere un bambino. Claudio trova la donatrice d’ovulo giusta negli Stati Uniti (in Italia, dice, “non se ne parla!”). Il problema ora è come dirlo a sua madre. Il fatto incoraggiante che emerge dal libro è che gli italiani sono anni luce più avanti rispetto allo stato nell’accettazione delle nuove famiglie. Anzi, la madre è l’asso nella manica, è lei che trova Ruriko, la fantastica tata giapponese incredibilmente sbadata. Appena scossi dalla notizia che ad attenderli è una coppia di gemelle, Claudio e Manlio volano in Ohio per incontrare le figlie, Clelia e Maddalena, e risolvono brillantemente il rompicapo di come farsi chiamare dalle bambine: papà Claudio e papà Manlio. Il lavoro di Manlio porta la famiglia a Ginevra, e anche la Svizzera, scopriranno, ha le sue comodità. È un libro tutto da gustare: divertente e commovente, per niente sdolcinato. Tutto sembra confermare il vecchio adagio dei Beat­les: “All you need is love”.

Internazionale, numero 919, 14 ottobre 2011

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