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Andrew Piper, Il libro era lì

Autore
Andrew Piper

Titolo
Il libro era lì

Editore
Franco Angeli

Traduttore
Stefano Ballerio

Pagine
176

Prezzo
24 euro

Data di uscita
Dicembre 2013

Il libro era lì

  • 24 novembre 2013
  • 15.32

Che differenza c’è tra leggere un ebook e un libro? Cosa si perde, cosa si guadagna e cosa resta immutato passando dalla carta allo schermo? Andrew Piper spiega cosa succede nel nostro cervello mentre leggiamo.

1. Prendi e leggi

«Quello che devo ricordarmi, soprattutto, sono le mani».
Delacroix (diario, 11 aprile 1824)

«… eravamo / mani, / aprivamo una via all’oscurità».
Paul Celan (Fiore)

Il significato del libro potrebbe cominciare con Sant’Agostino. Nell’ottavo libro delle sue Confessioni, Agostino descrive il momento della sua conversione al cristianesimo:

Nella mia disperazione esclamavo: «Quanto ancora continuerò a dire domani, domani? Perché non ora? Perché non porre fine ora ai miei peccati e alla mia vergogna?». Così interrogavo me stesso, quando all’improvviso udii una voce infantile che cantava in una casa vicina. Non so se fosse la voce di un bambino o di una bambina, ma continuava a ripetere queste parole: «Prendi e leggi, prendi e leggi».

Agostino è seduto nel suo giardino sotto un fico e, udendo questa voce, prende la Bibbia che ha appoggiato accanto a sé, apre una pagina a caso e comincia a leggere (Romani 13:13-14). A quel punto, racconta, «non avevo nessun desiderio di leggere altro e nessun bisogno di farlo. Per un momento, quando raggiunsi la fine della frase, fu come se la luce della fiducia traboccasse nel mio cuore e tutte le tenebre del dubbio fossero dissolte». Agostino chiude il libro, tenendo il segno con un dito, e va dal suo amico Alipio a raccontargli la sua esperienza. La sua conversione si è compiuta.

Nessun altro passo ha colto il significato del libro più profondamente di questo. In Agostino non era il semplice fatto di leggere, ma il fatto di leggere libri, che si allineava con l’atto della conversione personale. Agostino scriveva alla fine del quarto secolo, quando il codice aveva diffusamente soppiantato il rotolo come supporto materiale prevalente per la lettura. Sappiamo che Agostino stava leggendo un libro per come sceglie una pagina a caso e per come usa il dito per tenere il segno. La conversione che costituisce il cuore delle Confessioni, di fatto, fu un’affermazione della nuova tecnologia del libro nella vita delle persone: una tecnologia che aiutava i lettori a trasformarsi in individui. Voltare la pagina, e non più ruotare l’impugnatura del rotolo, era il preludio strumentale al compiersi di un cambiamento decisivo della vita interiore.

Allineando la pratica della lettura del libro con l’atto della conversione personale, Agostino stabilì un paradigma di lettura che sarebbe andato molto al di là della sua cornice tecnologica, un paradigma che sarebbe arrivato a diventare uno dei fondamenti della cultura umanistica occidentale per i quindici secoli successivi. Era soprattutto la possibilità di afferrare il libro, il suo essere a portata di mano, che consentiva che esso svolgesse un ruolo decisivo nella formazione della vita degli individui. «Prendi e leggi, prendi e leggi» («tolle lege, tolle lege»), ripete il ritornello divino. L’afferrabilità del libro, in senso materiale e insieme spirituale, è ciò che gli conferiva questo immenso potere di cambiare radicalmente le nostre vite. Nel prendere il libro, secondo Agostino, siamo presi dai libri a nostra volta.

Oggi niente appare più sospetto della perdurante caratteristica del libro di “essere a portata di mano”. Le coste, i fascicoli, le cuciture, le tavole e le piegature che un tempo davano al libro la sua forma, che lo rende adatto alle nostre mani, oggi vengono soppiantati dagli strati sempre più sottili dei nuovi dispositivi per la lettura, che si integrano in grandi sistemi interconnessi. Se i libri sono essenzialmente vertebrati, in quanto contribuiscono a questo sentimento di unicità, tipicamente umano, che dipende dalla postura eretta del corpo, i testi digitali sono più simili a invertebrati, soggetti alle leggi del trasferimento genico orizzontale e della riproduzione a distanza. Come le meduse o le idre, sfuggono sempre alla nostra presa in qualche senso fondamentale. Che cosa possa significare questo fatto per il modo in cui leggiamo, e per come a nostra volta siamo presi da ciò che leggiamo, è ancora tutt’altro che chiaro.

Aristotele riteneva che il tatto fosse il senso più elementare. È il modo in cui cominciamo a trovare una via nel mondo, a mapparlo, a misurarlo e a interpretarlo. Il tatto è il più autoriflessivo dei sensi, secondo un’intuizione del ricercatore tedesco David Katz, che avviò il settore degli studi sul tatto, all’inizio del ventesimo secolo, basandosi sul suo lavoro con gli amputati della prima guerra mondiale. Attraverso il senso del tatto impariamo a percepire noi stessi. Il tatto è una forma di ridondanza, che introduce altre informazioni sensoriali in ciò che vediamo e quindi in ciò che leggiamo. Rende le parole sulla pagina più ricche di significato e ne moltiplica le dimensioni. Conferisce alle parole una geometria, ma anche una qualità riflessiva.

Pensare al futuro della lettura significa innanzitutto pensare alla relazione tra la lettura e le mani, alla lunga storia del modo in cui il tatto ha dato forma alla lettura e, per estensione, alla nostra percezione di noi stessi mentre leggiamo. Avendo terminato il suo capolavoro giovanile Dante e Virgilio, Eugène Delacroix, il grande pittore del Romanticismo francese, scrisse nel suo diario: «Quello che devo ricordarmi, soprattutto, sono le mani». Delacroix lo diceva per la pittura, ma vale anche per la lettura.

***

Fin dai suoi inizi nella forma di due tavole di legno che raccoglievano tavolette di cera tenute lascamente insieme da una corda, il libro è servito come strumento di riflessione. Nel libro c’è una duplicità che sembra essere decisiva per il suo significato in quanto oggetto. Con le sue pagine rivolte l’una verso l’altra e insieme verso di noi, il libro aperto sta davanti a noi come uno specchio. Ma il libro è informato a una duplicità essenziale anche quando è chiuso. Il libro afferrato non è segno solo di apertura e di accessibilità, come già per Agostino. Può essere anche un affronto, può chiudere fuori qualcosa (o qualcuno) in nome dell’aprirsi di qualcos’altro.

Pensate al quadro di Adolf von Menzel Mano con libro, una delle rappresentazioni più sensuali della relazione tra una mano e un libro che abbia mai visto. La mano che vediamo nel quadro occupa quasi per intero lo spazio dell’immagine, escludendo non solo la figura dell’uomo a cui essa appartiene, ma anche il libro – così che non possiamo nemmeno essere sicuri che sia davvero un libro. La presa si chiude in nome di un riaprirsi. Per potersi riaprire al mondo, rinnovato, Agostino deve prima separarsi dal mondo aprendo il suo libro. I libri sono oggetti che uniscono apertura e chiusura, come le mani a cui appartengono.

Tutto ciò non è mai così vero come quando leggiamo. Quando reggiamo un libro nell’atto della lettura, le nostre mani sono anche aperte. Leggendo un libro, e non è un caso, si riproducono i gesti del saluto e della preghiera. Nel Medioevo, questa unione di lettura e preghiera si compiva in uno dei formati librari più diffusi dell’epoca, il piccolo “libro delle ore”, che le persone – quelle che potevano permetterselo – portavano in giro con sé come richiami quotidiani al canto e alla sapienza della religione. Nelle Belles Heures de Jean de France (1405-1408), un esempio del genere tra i più riccamente illustrati, vediamo la moglie del signore con le mani giunte in preghiera di fronte al libro. Il rispecchiamento che si intuisce tra le sue mani è a sua volta rispecchiato nel medium del libro aperto davanti a lei, che a sua volta si rispecchia nella figura di Dio, il quale è rappresentato come la Trinità che tiene un libro, il libro del mondo (sebbene con quattro mani e non con sei, presumibilmente perché due sono impegnate a tenere unite le tre persone). Leggere i libri, come ci mostra l’immagine, è una forma di espansione così come di inclusione. È un atto che ci porta fuori e oltre noi stessi, ma è anche un simbolo di reciprocità: nel tenere i libri, siamo tenuti insieme. Ogni volta che teniamo un libro, oggi, riattualizziamo questo legame originario tra la lettura e la preghiera.

Nell’arte antica e in quella medievale, la mano aperta era il simbolo più frequente della chiamata divina. Non potendo presentificarsi, Dio parlava attraverso la sua mano. Con i libri, in altre parole, non solo chiamiamo, ma siamo chiamati a nostra volta. La mano aperta ci ricorda che, quando leggiamo un libro, sentiamo delle voci – un altro segno della duplicità essenziale del libro. John Bulwer, il medico del Seicento che compose uno dei primi trattati sui gesti delle mani, notava che la mano «parla tutte le lingue». Da molti punti di vista, è una forma di discorso più autentica. Come scrive Bulwer,

Divisi nell’intento lingua e cuore,
La mano e il senso sono sempre uniti.

L’essere a portata di mano del libro è un segno della sua affidabilità. Diversamente dalle lingue e dai cuori, i libri sono cose di cui ci si può fidare, un fatto che ha molto a che fare con la loro particolare tattilità.

Anche nel Codice Manesse (1304), uno dei più completi libri illustrati della poesia cortese tedesca, vediamo che la mano aperta comunica, questa volta nella f0rma del rotolo, uno strumento che nel Medioevo era assai co­mune.

In quanto simbolo della parola, il rotolo tiene uniti i lettori (e gli ascoltatori) medievali. Il rotolo (il vecchio medium) comunica ciò che il libro (il nuovo medium) non può comunicare. L’affidabilità è funzione della ridondanza, del dire qualcosa due volte. L’uso di una pluralità di canali – il discorso orale, il rotolo, il libro – è il modo migliore per garantire che il messaggio sarà ricevuto, che i soggetti coinvolti perverranno all’idea di un significato condiviso. Secondo la tradizione del Codice Manesse, così come è in grado di unire le diverse facoltà del tatto, della vista e dell’udito in un unico medium, il libro è esso stesso pensato come parte di un’ecologia dell’informazione diversificata. Quando pensiamo alla morte di un medium, all’idea della fine di certe tecnologie, faremmo bene a ricordare questa insistenza del Medioevo sul bisogno di ridondanza, sull’importanza di comunicare la stessa cosa mediante canali diversi.

Nei libri le mani non solo parlano, ma indicano anche, e in un senso più letterale, come il dito di Agostino usato come segnalibro. I libri, come le mani, tengono la nostra attenzione. Già nel dodicesimo secolo gli autori cominciarono a disegnare nei margini dei loro libri delle mani, per indicare i passaggi importanti. Gradualmente questo dispositivo passò nella scrittura su tastiera e divenne comune anche nei libri a stampa. L’immagine usata era questa:

.

La mano che indica, nel libro, stava per il modo in cui i libri stessi agiscono da puntatori, aiutando ad afferrare il mondo. I libri ci aprono verso il mondo esterno, ma insieme impongono dei vincoli. Riducono il mondo a una misura trattabile, come vaccini contro la minaccia dell’informe.

Il primo disegno di un bambino è spesso la sua mano. L’impronta del piede può essere il primo segno che lasciamo nel mondo (per i registri ospedalieri), ma quella della mano è il segno originario dell’autocoscienza, della comprensione che abbiamo di noi stessi in quanto esseri nel mondo. Il “manuale”, la “guida” – il libro che riduce il mondo ai suoi elementi essenziali, al suo schema – è un’estensione di questa arte della misura. È un tipo di libro tra i più antichi, risalente all’Enchiridion di Epicuro (II sec. a.C.), un breve tesauro di perle di saggezza. Nell’ottavo secolo, Beda il Venerabile, nel suo De Temporum Ratione (725 d.C.), istruiva i lettori a contare fino a un milione sulle proprie mani. Con i secoli quindicesimo e sedicesimo, la mano che misura sarebbe divenuta il simbolo definitivo della nostra relazione bibliografica con il mondo, quale si incarnava nel nuovo genere dell’atlante. Nel suo primo esempio, il Theatrum Orbis Terrarum di Abraham Ortelius (1570), il mondo intero per la prima volta poteva essere tenuto nella mano del lettore. Il virtuosismo secolare di cui si fa sfoggio in questi libri, dove il lettore assume una prospettiva divina, non può essere sopravvalutato. Il libro non era più un semplice specchio, ma un contenitore e una lente allo stesso tempo. All’altezza del diciassettesimo secolo, l’epoca grandiosa delle guerre di religione, la chiromanzia, come forma di conoscenza della e sulla mano, sarebbe diventata importantissima. I manuali sembrano moltiplicarsi nei periodi di incertezza intellettuale e tecnologica, proprio come accade oggi.

Nel diciannovesimo secolo, i lettori testimoniarono la nascita della let- tura in quanto tatto, nella forma dell’invenzione, da parte di Louis Braille, nel 1824, di un sistema di lettura per i ciechi basato su una matrice di punti. Il metodo derivava da una precedente richiesta di Napoleone, che voleva un codice che consentisse ai soldati di leggere di notte, sul campo, senza usare la luce. L’innovazione di Braille consisteva nel rendere la rappresentazione delle lettere nella matrice di punti abbastanza piccola da corrispondere a un singolo tocco del dito. La lettura diventava così “digitale” in senso decisamente letterale. Alla fine del secolo, biblioteche come la britannica National Library for the Blind contenevano più di ottomila volumi in braille, la prima di una lunga serie di tecnologie dirette a consentire la lettura a chi soffre di disabilità visive.

La svolta del ventesimo secolo segnò un periodo denso di sperimentazioni con la tattilità della lettura, variamente pratiche e meno pratiche, che culminarono nel revival modernista dei libri sperimentali negli anni tra le due guerre mondiali. Libri fatti di carta vetrata, cartoncino, carta da quaderno di poco valore, legno e perfino metallo furono alcuni dei molti modi in cui gli artisti sperimentarono con la tattilità della lettura. Nella celebre opera Architettura di VChUTEMAS dell’artista russo El Lissitzky (1927), vediamo come la mano disincarnata della voce divina del libro medievale sia tornata, ma ora nella forma della mano che traccia un abbozzo della scienza moderna. Nella punta del compasso apparentemente stretta nella presa della mano possiamo cogliere il sottile gioco visuale messo in atto da Lissitzky: la punta del compasso è rappresentata come se stesse per l’ago da cucito, che originariamente era uno strumento per la produzione del libro e in particolare per la cucitura del dorso. Per l’avanguardia russa, la rettilinearità del modernismo – il cubo, il piano, la colonna, la griglia – nasceva dal libro non meno che dal Gargantua industriale della nuova età delle macchine. Il libro era una delle muse segrete del modernismo.

Se l’offrirsi del libro alla mano è stato essenziale per i nostri modi di inventariare il mondo, la sua capacità di fungere da contenitore ci ha offerto un altro modo per trovare un ordine nelle nostre vite. I libri sono cose che contengono cose. Sono sostituti delle nostre mani, non diversamente da quello strumento così comune che è il fermaglio, il quale originariamente era usato per impedire che le pagine dei libri si gonfiassero a causa dell’umidità. Il significato del libro è legato al modo in cui esso si relaziona, incorporandoli, con altri oggetti che popolano la nostra esistenza. I taccuini – libri che accolgono i sedimenti delle nostre letture – sono parte integrante della storia del libro. Ma lo sono anche le rilegature a portafoglio, introdotte nel quindicesimo secolo, che permettono ai lettori di riporre in una speciale tasca frontale oggetti come matite, occhiali o fogli di appunti, ma anche cose come fiori o mosche artificiali (per pescare), come nel Companion to Alfred Ronald’s Fly Fisher’s Entomology (1836), che contiene centinaia di mosche attaccate alle pagine con ami. Anche gli spartiti musicali a un certo punto cominciarono a essere infilati nelle tasche frontali dei libri, come nella popolare collana “Bubble Books That Sing”, negli anni Venti. La storia che dal libro tascabile, inteso come oggetto che sta nelle tasche del lettore, arriva al libro con le tasche, e cioè a un oggetto che ha le sue proprie tasche e che diventa borsa alla moda, è una storia strana e meravigliosa e meriterebbe uno studio a parte.

Le cose che stanno nei libri non solo ci portano in un più vasto mondo di oggetti quotidiani, ma ci mostrano anche come le cose ci impressionino e in che modo la pressione sia parte integrante della nostra conoscenza – una parte dalle origini profondamente tattili. Comprimere i fiori tra le pagine dei libri, un’attività che nel corso del tempo è stata diffusamente praticata sia da esperti sia da dilettanti, non era solo un modo per conservare degli esemplari, ma anche una forma di riflessione sul fatto che la natura potesse seminare impressioni da leggere, o un altro anello nella lunga catena della durevole idea del “libro della natura”. Nel diciannovesimo secolo, il tipografo austriaco Alois Auer sviluppò una tecnica innovativa di “stampa naturale” in cui i campioni venivano impressi direttamente su fogli di metallo molle e di lì inchiostrati e stampati sulla pagina. Ciò condusse alla bella collana “Nature Printed” dell’inglese Henry Bradbury, che stampò felci e altre specie botaniche del Regno Unito direttamente da campioni reali. Si pensava che la natura, attraverso il medium della stampa, si rivelasse in modo più trasparente. Afferrare, misurare e imprimere: sono queste le attività mediante le quali le cose diventano leggibili in un mondo di libri.

Ma non per tutti. Per alcuni lettori, il libro non può essere afferrato. Es- so incarna l’atto del lasciare andare, del perdere il controllo, del passare ad altri. «Senza di me, libretto, ti recherai in città» dice il celebre passo in cui Ovidio si rivolge ai suoi scritti. I libri attraversano il tempo e lo spazio. Trascendono la presa dei singoli individui. In questo senso, non possiamo sapere che cosa ne sarà, quando lasceranno le nostre mani. «Ogni poesia è un tradimento» ha detto Goethe. Passare il proprio libro a qualcun altro implica la possibilità di perdere il controllo del suo significato, di essere traditi dal lettore. Come oggetto che si adatta facilmente alle nostre mani, ma anche alle nostre tasche, il libro, con il suo significato, può sempre essere rubato. Offre un senso del tutto nuovo al comandamento divino «Prendi e leggi».

Per coloro che nel libro vedono una cosa fatta per circolare, il fatto di possedere i libri e di tenerli stretti presso di sé è sintomo di una possibile mania. Il libro in quanto oggetto diventa troppo importante; smette di essere letto. «Il bibliofilo si accosta al libro con una lente di ingrandimento – scrive il letterato romantico Charles Nodier – e il bibliomane con un righello». La biblioteca privata è un rifugio non solo per la lettura, ma anche, potenzialmente, per la follia. È a questo che pensava Edgar Allan Poe quando creava il narratore omicida di Berenice e gli faceva dire, della biblioteca di famiglia, «io nacqui in quella camera». La biblioteca, il luogo dei libri, è anche il luogo dove possono nascere le ossessioni. È dove siamo posseduti dai nostri possessi. Nel capolavoro di Goethe, Faust, che in tedesco significa “pugno”, il prototipo dell’eroe moderno, nel celebre inizio della tragedia, fugge dal suo studio pieno di libri. Possedere i libri, attaccarsi ai libri, ci può tenere lontani dalla vita. È un punto che trova una rappresentazione viscerale in Population Census (1991) di Anselm Kiefer, una libreria fatta dei giganteschi volumi di piombo di un censimento e che appartiene a una lunga tradizione di libri di grandi dimensioni, dai libri di ferro di Kandinsky alla più recente creazione di Hanno Rauterberg per il Memoriale dell’Olocausto di Berlino, che consiste di due lastre di cemento a forma di libro e del peso di più di tre chili. Per Kiefer, questi libri mostruosi, e per estensione l’intera vastità del nostro passato bibliografico, non possono essere afferrati, inumani come sono nella loro immensità e nella loro natura velenosa.

Questo dunque è il nodo patologico del libro, l’articolazione dove le mani afferrano e lasciano andare. La mano che afferra non ha a che fare solo con la prossimità e la comprensione, ma anche con l’arrestare e l’essere a restati. Aggrapparsi ai libri è aggrapparsi al tempo. Uno dei formati librari più diffusi del diciannovesimo secolo – il crepuscolo del nostro mondo del libro – era quello degli almanacchi letterari, che avevano titoli come Keepsake, Non ti scordar di me, Souvenir. Questi libri erano pensati come doni, da essere offerti perché non fossero mai abbandonati (sebbene spesso, di fatto, fossero nuovamente regalati). Si riempivano dei messaggi dei padri ai figli, dei mariti alle mogli o delle zie alle nipoti e, occasionalmente, di poesie scritte sulla carta velina tra le illustrazioni. Così i lettori imparavano a preservarsi l’un l’altro nei loro libri. I libri sono il modo in cui parliamo con chi è lontano e con i morti. Che il passato sopravviva nei libri è un luogo comune. Il punto importante è che possiamo chiudere i libri – e così la nostra relazione con il passato.

Andrew Piper insegna letteratura tedesca ed europea alla McGill University ed è autore di Dreaming in books, che ha vinto il premio della Modern language association per il miglior libro di un autore esordiente.

Che differenza c’è tra leggere un ebook e un libro? Cosa si perde, cosa si guadagna e cosa resta immutato passando dalla carta allo schermo? Andrew Piper spiega cosa succede nel nostro cervello mentre leggiamo.

1. Prendi e leggi

«Quello che devo ricordarmi, soprattutto, sono le mani».
Delacroix (diario, 11 aprile 1824)

«… eravamo / mani, / aprivamo una via all’oscurità».
Paul Celan (Fiore)

Il significato del libro potrebbe cominciare con Sant’Agostino. Nell’ottavo libro delle sue Confessioni, Agostino descrive il momento della sua conversione al cristianesimo:

Nella mia disperazione esclamavo: «Quanto ancora continuerò a dire domani, domani? Perché non ora? Perché non porre fine ora ai miei peccati e alla mia vergogna?». Così interrogavo me stesso, quando all’improvviso udii una voce infantile che cantava in una casa vicina. Non so se fosse la voce di un bambino o di una bambina, ma continuava a ripetere queste parole: «Prendi e leggi, prendi e leggi».

Agostino è seduto nel suo giardino sotto un fico e, udendo questa voce, prende la Bibbia che ha appoggiato accanto a sé, apre una pagina a caso e comincia a leggere (Romani 13:13-14). A quel punto, racconta, «non avevo nessun desiderio di leggere altro e nessun bisogno di farlo. Per un momento, quando raggiunsi la fine della frase, fu come se la luce della fiducia traboccasse nel mio cuore e tutte le tenebre del dubbio fossero dissolte». Agostino chiude il libro, tenendo il segno con un dito, e va dal suo amico Alipio a raccontargli la sua esperienza. La sua conversione si è compiuta.

Nessun altro passo ha colto il significato del libro più profondamente di questo. In Agostino non era il semplice fatto di leggere, ma il fatto di leggere libri, che si allineava con l’atto della conversione personale. Agostino scriveva alla fine del quarto secolo, quando il codice aveva diffusamente soppiantato il rotolo come supporto materiale prevalente per la lettura. Sappiamo che Agostino stava leggendo un libro per come sceglie una pagina a caso e per come usa il dito per tenere il segno. La conversione che costituisce il cuore delle Confessioni, di fatto, fu un’affermazione della nuova tecnologia del libro nella vita delle persone: una tecnologia che aiutava i lettori a trasformarsi in individui. Voltare la pagina, e non più ruotare l’impugnatura del rotolo, era il preludio strumentale al compiersi di un cambiamento decisivo della vita interiore.

Allineando la pratica della lettura del libro con l’atto della conversione personale, Agostino stabilì un paradigma di lettura che sarebbe andato molto al di là della sua cornice tecnologica, un paradigma che sarebbe arrivato a diventare uno dei fondamenti della cultura umanistica occidentale per i quindici secoli successivi. Era soprattutto la possibilità di afferrare il libro, il suo essere a portata di mano, che consentiva che esso svolgesse un ruolo decisivo nella formazione della vita degli individui. «Prendi e leggi, prendi e leggi» («tolle lege, tolle lege»), ripete il ritornello divino. L’afferrabilità del libro, in senso materiale e insieme spirituale, è ciò che gli conferiva questo immenso potere di cambiare radicalmente le nostre vite. Nel prendere il libro, secondo Agostino, siamo presi dai libri a nostra volta.

Oggi niente appare più sospetto della perdurante caratteristica del libro di “essere a portata di mano”. Le coste, i fascicoli, le cuciture, le tavole e le piegature che un tempo davano al libro la sua forma, che lo rende adatto alle nostre mani, oggi vengono soppiantati dagli strati sempre più sottili dei nuovi dispositivi per la lettura, che si integrano in grandi sistemi interconnessi. Se i libri sono essenzialmente vertebrati, in quanto contribuiscono a questo sentimento di unicità, tipicamente umano, che dipende dalla postura eretta del corpo, i testi digitali sono più simili a invertebrati, soggetti alle leggi del trasferimento genico orizzontale e della riproduzione a distanza. Come le meduse o le idre, sfuggono sempre alla nostra presa in qualche senso fondamentale. Che cosa possa significare questo fatto per il modo in cui leggiamo, e per come a nostra volta siamo presi da ciò che leggiamo, è ancora tutt’altro che chiaro.

Aristotele riteneva che il tatto fosse il senso più elementare. È il modo in cui cominciamo a trovare una via nel mondo, a mapparlo, a misurarlo e a interpretarlo. Il tatto è il più autoriflessivo dei sensi, secondo un’intuizione del ricercatore tedesco David Katz, che avviò il settore degli studi sul tatto, all’inizio del ventesimo secolo, basandosi sul suo lavoro con gli amputati della prima guerra mondiale. Attraverso il senso del tatto impariamo a percepire noi stessi. Il tatto è una forma di ridondanza, che introduce altre informazioni sensoriali in ciò che vediamo e quindi in ciò che leggiamo. Rende le parole sulla pagina più ricche di significato e ne moltiplica le dimensioni. Conferisce alle parole una geometria, ma anche una qualità riflessiva.

Pensare al futuro della lettura significa innanzitutto pensare alla relazione tra la lettura e le mani, alla lunga storia del modo in cui il tatto ha dato forma alla lettura e, per estensione, alla nostra percezione di noi stessi mentre leggiamo. Avendo terminato il suo capolavoro giovanile Dante e Virgilio, Eugène Delacroix, il grande pittore del Romanticismo francese, scrisse nel suo diario: «Quello che devo ricordarmi, soprattutto, sono le mani». Delacroix lo diceva per la pittura, ma vale anche per la lettura.

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Fin dai suoi inizi nella forma di due tavole di legno che raccoglievano tavolette di cera tenute lascamente insieme da una corda, il libro è servito come strumento di riflessione. Nel libro c’è una duplicità che sembra essere decisiva per il suo significato in quanto oggetto. Con le sue pagine rivolte l’una verso l’altra e insieme verso di noi, il libro aperto sta davanti a noi come uno specchio. Ma il libro è informato a una duplicità essenziale anche quando è chiuso. Il libro afferrato non è segno solo di apertura e di accessibilità, come già per Agostino. Può essere anche un affronto, può chiudere fuori qualcosa (o qualcuno) in nome dell’aprirsi di qualcos’altro.

Pensate al quadro di Adolf von Menzel Mano con libro, una delle rappresentazioni più sensuali della relazione tra una mano e un libro che abbia mai visto. La mano che vediamo nel quadro occupa quasi per intero lo spazio dell’immagine, escludendo non solo la figura dell’uomo a cui essa appartiene, ma anche il libro – così che non possiamo nemmeno essere sicuri che sia davvero un libro. La presa si chiude in nome di un riaprirsi. Per potersi riaprire al mondo, rinnovato, Agostino deve prima separarsi dal mondo aprendo il suo libro. I libri sono oggetti che uniscono apertura e chiusura, come le mani a cui appartengono.

Tutto ciò non è mai così vero come quando leggiamo. Quando reggiamo un libro nell’atto della lettura, le nostre mani sono anche aperte. Leggendo un libro, e non è un caso, si riproducono i gesti del saluto e della preghiera. Nel Medioevo, questa unione di lettura e preghiera si compiva in uno dei formati librari più diffusi dell’epoca, il piccolo “libro delle ore”, che le persone – quelle che potevano permetterselo – portavano in giro con sé come richiami quotidiani al canto e alla sapienza della religione. Nelle Belles Heures de Jean de France (1405-1408), un esempio del genere tra i più riccamente illustrati, vediamo la moglie del signore con le mani giunte in preghiera di fronte al libro. Il rispecchiamento che si intuisce tra le sue mani è a sua volta rispecchiato nel medium del libro aperto davanti a lei, che a sua volta si rispecchia nella figura di Dio, il quale è rappresentato come la Trinità che tiene un libro, il libro del mondo (sebbene con quattro mani e non con sei, presumibilmente perché due sono impegnate a tenere unite le tre persone). Leggere i libri, come ci mostra l’immagine, è una forma di espansione così come di inclusione. È un atto che ci porta fuori e oltre noi stessi, ma è anche un simbolo di reciprocità: nel tenere i libri, siamo tenuti insieme. Ogni volta che teniamo un libro, oggi, riattualizziamo questo legame originario tra la lettura e la preghiera.

Nell’arte antica e in quella medievale, la mano aperta era il simbolo più frequente della chiamata divina. Non potendo presentificarsi, Dio parlava attraverso la sua mano. Con i libri, in altre parole, non solo chiamiamo, ma siamo chiamati a nostra volta. La mano aperta ci ricorda che, quando leggiamo un libro, sentiamo delle voci – un altro segno della duplicità essenziale del libro. John Bulwer, il medico del Seicento che compose uno dei primi trattati sui gesti delle mani, notava che la mano «parla tutte le lingue». Da molti punti di vista, è una forma di discorso più autentica. Come scrive Bulwer,

Divisi nell’intento lingua e cuore,
La mano e il senso sono sempre uniti.

L’essere a portata di mano del libro è un segno della sua affidabilità. Diversamente dalle lingue e dai cuori, i libri sono cose di cui ci si può fidare, un fatto che ha molto a che fare con la loro particolare tattilità.

Anche nel Codice Manesse (1304), uno dei più completi libri illustrati della poesia cortese tedesca, vediamo che la mano aperta comunica, questa volta nella f0rma del rotolo, uno strumento che nel Medioevo era assai co­mune.

In quanto simbolo della parola, il rotolo tiene uniti i lettori (e gli ascoltatori) medievali. Il rotolo (il vecchio medium) comunica ciò che il libro (il nuovo medium) non può comunicare. L’affidabilità è funzione della ridondanza, del dire qualcosa due volte. L’uso di una pluralità di canali – il discorso orale, il rotolo, il libro – è il modo migliore per garantire che il messaggio sarà ricevuto, che i soggetti coinvolti perverranno all’idea di un significato condiviso. Secondo la tradizione del Codice Manesse, così come è in grado di unire le diverse facoltà del tatto, della vista e dell’udito in un unico medium, il libro è esso stesso pensato come parte di un’ecologia dell’informazione diversificata. Quando pensiamo alla morte di un medium, all’idea della fine di certe tecnologie, faremmo bene a ricordare questa insistenza del Medioevo sul bisogno di ridondanza, sull’importanza di comunicare la stessa cosa mediante canali diversi.

Nei libri le mani non solo parlano, ma indicano anche, e in un senso più letterale, come il dito di Agostino usato come segnalibro. I libri, come le mani, tengono la nostra attenzione. Già nel dodicesimo secolo gli autori cominciarono a disegnare nei margini dei loro libri delle mani, per indicare i passaggi importanti. Gradualmente questo dispositivo passò nella scrittura su tastiera e divenne comune anche nei libri a stampa. L’immagine usata era questa:

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La mano che indica, nel libro, stava per il modo in cui i libri stessi agiscono da puntatori, aiutando ad afferrare il mondo. I libri ci aprono verso il mondo esterno, ma insieme impongono dei vincoli. Riducono il mondo a una misura trattabile, come vaccini contro la minaccia dell’informe.

Il primo disegno di un bambino è spesso la sua mano. L’impronta del piede può essere il primo segno che lasciamo nel mondo (per i registri ospedalieri), ma quella della mano è il segno originario dell’autocoscienza, della comprensione che abbiamo di noi stessi in quanto esseri nel mondo. Il “manuale”, la “guida” – il libro che riduce il mondo ai suoi elementi essenziali, al suo schema – è un’estensione di questa arte della misura. È un tipo di libro tra i più antichi, risalente all’Enchiridion di Epicuro (II sec. a.C.), un breve tesauro di perle di saggezza. Nell’ottavo secolo, Beda il Venerabile, nel suo De Temporum Ratione (725 d.C.), istruiva i lettori a contare fino a un milione sulle proprie mani. Con i secoli quindicesimo e sedicesimo, la mano che misura sarebbe divenuta il simbolo definitivo della nostra relazione bibliografica con il mondo, quale si incarnava nel nuovo genere dell’atlante. Nel suo primo esempio, il Theatrum Orbis Terrarum di Abraham Ortelius (1570), il mondo intero per la prima volta poteva essere tenuto nella mano del lettore. Il virtuosismo secolare di cui si fa sfoggio in questi libri, dove il lettore assume una prospettiva divina, non può essere sopravvalutato. Il libro non era più un semplice specchio, ma un contenitore e una lente allo stesso tempo. All’altezza del diciassettesimo secolo, l’epoca grandiosa delle guerre di religione, la chiromanzia, come forma di conoscenza della e sulla mano, sarebbe diventata importantissima. I manuali sembrano moltiplicarsi nei periodi di incertezza intellettuale e tecnologica, proprio come accade oggi.

Nel diciannovesimo secolo, i lettori testimoniarono la nascita della let- tura in quanto tatto, nella forma dell’invenzione, da parte di Louis Braille, nel 1824, di un sistema di lettura per i ciechi basato su una matrice di punti. Il metodo derivava da una precedente richiesta di Napoleone, che voleva un codice che consentisse ai soldati di leggere di notte, sul campo, senza usare la luce. L’innovazione di Braille consisteva nel rendere la rappresentazione delle lettere nella matrice di punti abbastanza piccola da corrispondere a un singolo tocco del dito. La lettura diventava così “digitale” in senso decisamente letterale. Alla fine del secolo, biblioteche come la britannica National Library for the Blind contenevano più di ottomila volumi in braille, la prima di una lunga serie di tecnologie dirette a consentire la lettura a chi soffre di disabilità visive.

La svolta del ventesimo secolo segnò un periodo denso di sperimentazioni con la tattilità della lettura, variamente pratiche e meno pratiche, che culminarono nel revival modernista dei libri sperimentali negli anni tra le due guerre mondiali. Libri fatti di carta vetrata, cartoncino, carta da quaderno di poco valore, legno e perfino metallo furono alcuni dei molti modi in cui gli artisti sperimentarono con la tattilità della lettura. Nella celebre opera Architettura di VChUTEMAS dell’artista russo El Lissitzky (1927), vediamo come la mano disincarnata della voce divina del libro medievale sia tornata, ma ora nella forma della mano che traccia un abbozzo della scienza moderna. Nella punta del compasso apparentemente stretta nella presa della mano possiamo cogliere il sottile gioco visuale messo in atto da Lissitzky: la punta del compasso è rappresentata come se stesse per l’ago da cucito, che originariamente era uno strumento per la produzione del libro e in particolare per la cucitura del dorso. Per l’avanguardia russa, la rettilinearità del modernismo – il cubo, il piano, la colonna, la griglia – nasceva dal libro non meno che dal Gargantua industriale della nuova età delle macchine. Il libro era una delle muse segrete del modernismo.

Se l’offrirsi del libro alla mano è stato essenziale per i nostri modi di inventariare il mondo, la sua capacità di fungere da contenitore ci ha offerto un altro modo per trovare un ordine nelle nostre vite. I libri sono cose che contengono cose. Sono sostituti delle nostre mani, non diversamente da quello strumento così comune che è il fermaglio, il quale originariamente era usato per impedire che le pagine dei libri si gonfiassero a causa dell’umidità. Il significato del libro è legato al modo in cui esso si relaziona, incorporandoli, con altri oggetti che popolano la nostra esistenza. I taccuini – libri che accolgono i sedimenti delle nostre letture – sono parte integrante della storia del libro. Ma lo sono anche le rilegature a portafoglio, introdotte nel quindicesimo secolo, che permettono ai lettori di riporre in una speciale tasca frontale oggetti come matite, occhiali o fogli di appunti, ma anche cose come fiori o mosche artificiali (per pescare), come nel Companion to Alfred Ronald’s Fly Fisher’s Entomology (1836), che contiene centinaia di mosche attaccate alle pagine con ami. Anche gli spartiti musicali a un certo punto cominciarono a essere infilati nelle tasche frontali dei libri, come nella popolare collana “Bubble Books That Sing”, negli anni Venti. La storia che dal libro tascabile, inteso come oggetto che sta nelle tasche del lettore, arriva al libro con le tasche, e cioè a un oggetto che ha le sue proprie tasche e che diventa borsa alla moda, è una storia strana e meravigliosa e meriterebbe uno studio a parte.

Le cose che stanno nei libri non solo ci portano in un più vasto mondo di oggetti quotidiani, ma ci mostrano anche come le cose ci impressionino e in che modo la pressione sia parte integrante della nostra conoscenza – una parte dalle origini profondamente tattili. Comprimere i fiori tra le pagine dei libri, un’attività che nel corso del tempo è stata diffusamente praticata sia da esperti sia da dilettanti, non era solo un modo per conservare degli esemplari, ma anche una forma di riflessione sul fatto che la natura potesse seminare impressioni da leggere, o un altro anello nella lunga catena della durevole idea del “libro della natura”. Nel diciannovesimo secolo, il tipografo austriaco Alois Auer sviluppò una tecnica innovativa di “stampa naturale” in cui i campioni venivano impressi direttamente su fogli di metallo molle e di lì inchiostrati e stampati sulla pagina. Ciò condusse alla bella collana “Nature Printed” dell’inglese Henry Bradbury, che stampò felci e altre specie botaniche del Regno Unito direttamente da campioni reali. Si pensava che la natura, attraverso il medium della stampa, si rivelasse in modo più trasparente. Afferrare, misurare e imprimere: sono queste le attività mediante le quali le cose diventano leggibili in un mondo di libri.

Ma non per tutti. Per alcuni lettori, il libro non può essere afferrato. Es- so incarna l’atto del lasciare andare, del perdere il controllo, del passare ad altri. «Senza di me, libretto, ti recherai in città» dice il celebre passo in cui Ovidio si rivolge ai suoi scritti. I libri attraversano il tempo e lo spazio. Trascendono la presa dei singoli individui. In questo senso, non possiamo sapere che cosa ne sarà, quando lasceranno le nostre mani. «Ogni poesia è un tradimento» ha detto Goethe. Passare il proprio libro a qualcun altro implica la possibilità di perdere il controllo del suo significato, di essere traditi dal lettore. Come oggetto che si adatta facilmente alle nostre mani, ma anche alle nostre tasche, il libro, con il suo significato, può sempre essere rubato. Offre un senso del tutto nuovo al comandamento divino «Prendi e leggi».

Per coloro che nel libro vedono una cosa fatta per circolare, il fatto di possedere i libri e di tenerli stretti presso di sé è sintomo di una possibile mania. Il libro in quanto oggetto diventa troppo importante; smette di essere letto. «Il bibliofilo si accosta al libro con una lente di ingrandimento – scrive il letterato romantico Charles Nodier – e il bibliomane con un righello». La biblioteca privata è un rifugio non solo per la lettura, ma anche, potenzialmente, per la follia. È a questo che pensava Edgar Allan Poe quando creava il narratore omicida di Berenice e gli faceva dire, della biblioteca di famiglia, «io nacqui in quella camera». La biblioteca, il luogo dei libri, è anche il luogo dove possono nascere le ossessioni. È dove siamo posseduti dai nostri possessi. Nel capolavoro di Goethe, Faust, che in tedesco significa “pugno”, il prototipo dell’eroe moderno, nel celebre inizio della tragedia, fugge dal suo studio pieno di libri. Possedere i libri, attaccarsi ai libri, ci può tenere lontani dalla vita. È un punto che trova una rappresentazione viscerale in Population Census (1991) di Anselm Kiefer, una libreria fatta dei giganteschi volumi di piombo di un censimento e che appartiene a una lunga tradizione di libri di grandi dimensioni, dai libri di ferro di Kandinsky alla più recente creazione di Hanno Rauterberg per il Memoriale dell’Olocausto di Berlino, che consiste di due lastre di cemento a forma di libro e del peso di più di tre chili. Per Kiefer, questi libri mostruosi, e per estensione l’intera vastità del nostro passato bibliografico, non possono essere afferrati, inumani come sono nella loro immensità e nella loro natura velenosa.

Questo dunque è il nodo patologico del libro, l’articolazione dove le mani afferrano e lasciano andare. La mano che afferra non ha a che fare solo con la prossimità e la comprensione, ma anche con l’arrestare e l’essere a restati. Aggrapparsi ai libri è aggrapparsi al tempo. Uno dei formati librari più diffusi del diciannovesimo secolo – il crepuscolo del nostro mondo del libro – era quello degli almanacchi letterari, che avevano titoli come Keepsake, Non ti scordar di me, Souvenir. Questi libri erano pensati come doni, da essere offerti perché non fossero mai abbandonati (sebbene spesso, di fatto, fossero nuovamente regalati). Si riempivano dei messaggi dei padri ai figli, dei mariti alle mogli o delle zie alle nipoti e, occasionalmente, di poesie scritte sulla carta velina tra le illustrazioni. Così i lettori imparavano a preservarsi l’un l’altro nei loro libri. I libri sono il modo in cui parliamo con chi è lontano e con i morti. Che il passato sopravviva nei libri è un luogo comune. Il punto importante è che possiamo chiudere i libri – e così la nostra relazione con il passato.

Andrew Piper insegna letteratura tedesca ed europea alla McGill University ed è autore di Dreaming in books, che ha vinto il premio della Modern language association per il miglior libro di un autore esordiente.

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